Investire nei mercati finanziari, non significa solo cercare di ottenere guadagni, ma anche gestire con attenzione la fiscalità.
Due concetti fondamentali in questo contesto sono le plusvalenze e le minusvalenze, che determinano quanto e come si pagano le tasse sui profitti generati dagli investimenti. Capire questi meccanismi è cruciale per ottimizzare la gestione del portafoglio e per ridurre l’impatto fiscale.

Cosa sono le plusvalenze e le minusvalenze
Nel mondo degli investimenti, una plusvalenza si verifica quando un asset finanziario viene venduto ad un prezzo superiore rispetto a quello di acquisto. Questo guadagno rappresenta un incremento patrimoniale che, in base alla normativa fiscale italiana, è soggetto a tassazione.
Al contrario, una minusvalenza si verifica quando si vende un asset ad un prezzo inferiore rispetto a quello di acquisto. In questo caso, la perdita può essere utilizzata per compensare future plusvalenze, riducendo così l’imposta da pagare.
Per chiarire il concetto, consideriamo il seguente esempio:
- Supponiamo di acquistare 100 azioni di una società a 10 € per azione, per un investimento totale di 1.000 €.
- Se successivamente vendiamo queste azioni a 15 € per azione, il ricavo totale sarà di 1.500 €.
- La plusvalenza realizzata sarà quindi 500 € (1.500 € – 1.000 €), su cui dovremo pagare le imposte.
Viceversa, se le vendessimo ad 8 € per azione, il ricavo sarebbe 800 € e la minusvalenza sarebbe pari a 200 €.
Perché sono importanti?
Le plusvalenze hanno un impatto diretto sulla tassazione. In Italia, la maggior parte degli strumenti finanziari (azioni, ETF, obbligazioni corporate, derivati, ecc.) è soggetta ad un’aliquota del 26%. I titoli di Stato invece, godono di un’aliquota agevolata del 12,5%.
Le minusvalenze, se gestite correttamente, possono ridurre il carico fiscale. Tuttavia, non tutte le minusvalenze possono essere compensate con qualsiasi tipo di plusvalenza e le regole di compensazione variano a seconda del regime fiscale scelto dall’investitore.
Un consulente finanziario indipendente, può aiutarti a gestire in modo efficiente la compensazione tra minusvalenze e plusvalenze, ottimizzando la fiscalità del tuo portafoglio e permettendoti di risparmiare anche migliaia di euro di tasse.
Vediamo ora le differenze tra il regime amministrato e il regime dichiarativo.
Come si compensano le minusvalenze nei due regimi fiscali
1) Regime amministrato
Nel regime amministrato, la banca od il broker che gestiscono il tuo conto, si occupano di calcolare le imposte sulle plusvalenze e di compensare eventuali minusvalenze in automatico. Questo significa che l’investitore non deve preoccuparsi della dichiarazione fiscale relativa a queste operazioni: l’intermediario applica la tassazione, direttamente al momento della vendita con guadagno.
Esempio pratico:
- Il 10 gennaio 2024 acquisti 200 azioni a 20 € l’una (spesa totale: 4.000 €).
- Il 5 giugno 2024 le vendi a 30 € l’una (ricavo: 6.000 €).
- La plusvalenza realizzata è di 2.000 €.
- Il broker trattiene il 26% di imposta, quindi 520 €.
Se però precedentemente avevi registrato una minusvalenza di 500 €, questa viene scalata automaticamente ed il calcolo diventa:
- Plusvalenza netta da tassare: 2.000 € – 500 € = 1.500 €
- Imposta dovuta: 26% di 1.500 € = 390 €
2) Regime dichiarativo
Nel regime dichiarativo, l’investitore ha l’onere di dichiarare autonomamente plusvalenze e minusvalenze nel Modello Redditi PF. Questo sistema permette una gestione più flessibile, poiché le minusvalenze possono essere utilizzate per compensare future plusvalenze nei quattro anni successivi.
Esempio pratico:
- Nel 2023 hai subito una minusvalenza di 1.000 € vendendo azioni in perdita.
- Nel 2024 realizzi una plusvalenza di 2.000 € vendendo altri titoli.
- Puoi compensare la minusvalenza pregressa con la plusvalenza, riducendo la base imponibile a 1.000 €.
- L’imposta sarà quindi 260 € anziché 520 €.
Quali strumenti si possono (e non si possono) compensare
Tra gli strumenti compensabili, rientrano le minusvalenze derivanti da azioni, ETF armonizzati, obbligazioni corporate e derivati, che possono essere compensate con plusvalenze di strumenti della stessa categoria: questo, permette di ridurre in modo efficiente il carico fiscale.
Non tutte le minusvalenze possono però essere utilizzate per ridurre le imposte su qualsiasi guadagno, tra queste rientrano ad esempio:
- Dividendi e cedole: non possono essere compensati con minusvalenze, poiché tassati come redditi di capitale
- ETF non armonizzati ed alcuni fondi esteri non conformi alla normativa UE: non permettono la compensazione delle minusvalenze
Vediamo un esempio pratico per capire meglio come funziona:
- Nel 2023 hai una minusvalenza di 2.000 € su azioni.
- Nel 2024 incassi 1.500 € di dividendi e realizzi una plusvalenza di 1.000 € su azioni.
- I dividendi NON possono compensare la minusvalenza quindi, su quei 1.500 €, pagherai il 26% (390 €).
- La plusvalenza sulle azioni invece sì, quindi puoi scalare 1.000 € dalla minusvalenza.
Gestire minusvalenze e plusvalenze in modo strategico, può ridurre in modo significativo le imposte sui guadagni finanziari. Per ottimizzare la fiscalità del proprio portafoglio, è fondamentale conoscere le regole di compensazione e valutare se optare per il regime amministrato o dichiarativo, in base alle proprie esigenze.
Tutti i contenuti dell’articolo hanno scopo informativo e didattico, pertanto non sono in alcun modo da intendersi come consigli finanziari.






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