Chi investe nei mercati finanziari, soprattutto nel lungo periodo, sa che prima o poi dovrà affrontare una perdita. È una realtà inevitabile. Nessun portafoglio, nemmeno il più diversificato o ben gestito, è immune da fasi negative. Ma è proprio questa consapevolezza che separa l’investitore consapevole da quello impulsivo.
Molto spesso si dimentica che la volatilità non è un errore di sistema, ma una sua caratteristica strutturale. I prezzi fluttuano, l’economia attraversa cicli, i mercati reagiscono a notizie, eventi geopolitici, politiche monetarie ed altri fattori imprevedibili. A volte, un titolo od un fondo possono scendere anche senza che ci sia un reale deterioramento sottostante, ma pur semplicemente perché il contesto generale è negativo o dominato dall’incertezza.
In altri casi, sono proprio gli eventi esterni a far deragliare i piani. Guerre, crisi energetiche, pandemie, crolli bancari o bolle speculative, possono influenzare in modo significativo l’andamento di interi mercati. È importante quindi non vedere ogni perdita come un fallimento personale, ma come una parte del percorso che può e dev’essere gestito con razionalità.
Un altro errore comune, è aspettarsi che ogni investimento dia risultati positivi sin da subito. Alcune scelte richiedono anni per maturare. Se si entra in un mercato azionario a ridosso di un massimo, è molto probabile dover attraversare una fase di discesa o di stagnazione, prima di vedere un apprezzamento significativo. La chiave è avere un orizzonte temporale adeguato ed una strategia coerente.

Ha senso vendere? Quando la scelta di uscire è razionale e non emotiva
Vendere un investimento in perdita, è una delle decisioni più difficili da prendere e spesso viene operata sull’onda dell’emotività. Vendere, non è però sempre sbagliato, in alcuni casi è anzi l’opzione più saggia. La chiave è capire perché si vuole vendere.
Un motivo valido è il cambiamento nei fondamentali dell’investimento. Se l’azienda, il fondo od il settore su cui avevamo costruito la nostra tesi cambiano profondamente – per esempio perdono competitività, si indebitano eccessivamente, cambiano la leadership in peggio, od operano in un mercato che sta collassando – allora è giusto riconsiderare la propria posizione. L’obiettivo è proteggere il capitale da una perdita permanente, non da una semplice flessione momentanea.
Un secondo caso in cui ha senso vendere, è quello della pianificazione fiscale. In alcuni paesi, tra cui l’Italia, le minusvalenze possono essere usate per compensare plusvalenze future. Se abbiamo una perdita latente su di un titolo che riteniamo difficile da recuperare, venderlo può generare un credito fiscale utile per ridurre l’imposizione su eventuali guadagni futuri. Questa strategia, chiamata “tax-loss harvesting”, può aumentare nel tempo l’efficienza fiscale del portafoglio.
Ma attenzione: il prezzo più basso, da solo non è una ragione sufficiente per vendere. Guardare solo al calo e farsi prendere dal panico, spesso porta a vendere in prossimità dei minimi, fissando le perdite e precludendosi la possibilità di un recupero.
Un esempio concreto? Il decennio 2000-2010 negli Stati Uniti
Dopo la bolla delle dot-com e la crisi finanziaria del 2008, l’indice S&P 500 in quei dieci anni ha avuto un rendimento totale vicino allo 0%, addirittura -0,9% annuo reale se consideriamo l’inflazione. Un periodo che ha messo a dura prova anche gli investitori più pazienti.
Tuttavia, chi ha mantenuto la rotta, continuando ad investire con metodo, ha poi beneficiato di uno dei decenni successivi più redditizi della storia dei mercati. Dal 2010 al 2020 l’S&P 500 ha avuto un rendimento medio annuo superiore al 13%, reinvestendo i dividendi. Questo dimostra come la permanenza nei mercati, sia spesso più redditizia dell’uscita affrettata.
Anche il “decennio perduto” giapponese degli anni ’90, insegna una lezione importante: i mercati possono attraversare lunghi periodi di stagnazione, ma ciò non significa che tutti i settori od aziende al loro interno, subiscano lo stesso destino. Ecco perché vendere va valutato con attenzione, considerando l’intero contesto.
Prezzi più bassi: un’opportunità travestita da problema
Spesso, quando vediamo un prezzo in discesa, lo associamo automaticamente ad un pericolo. Ma nei mercati, come nella vita, il valore non sempre coincide con il prezzo. Ci sono momenti in cui un titolo od un indice vengono venduti indiscriminatamente, non per problemi propri, ma perché il mercato è in preda alla paura.
In questi contesti, i prezzi bassi possono rappresentare delle vere e proprie occasioni d’acquisto. Se i fondamentali sono rimasti solidi, se la tesi d’investimento è ancora valida, un prezzo più basso è un’opportunità per aumentare l’esposizione a condizioni migliori. Pensiamo alla logica dei saldi: non compriamo meno solo perché il prezzo è sceso. Eppure, quando si parla di investimenti, la psicologia si inverte.
La sfida qui è tutta mentale: avere il coraggio di andare controcorrente e di ragionare a mente fredda mentre tutti corrono in direzione opposta. Ma è proprio in quei momenti che si costruiscono i migliori ritorni futuri. Alcuni dei più grandi investitori della storia, da Warren Buffett a Howard Marks, hanno costruito la loro fortuna proprio approfittando dei momenti di panico generalizzato.
Naturalmente, per distinguere tra una trappola ed una vera opportunità servono competenze, esperienza e capacità di analisi. Ed è qui che entra in gioco il ruolo del consulente finanziario indipendente: aiutarti a fare chiarezza, a leggere correttamente ciò che sta succedendo prendendo decisioni non sull’onda della paura, ma nell’ottica di una visione strategica coerente con gli obiettivi a lungo periodo.
Tutti i contenuti dell’articolo hanno scopo informativo e didattico, pertanto non sono in alcun modo da intendersi come consigli finanziari.






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